I TRINITARI

La Parrocchia di San Rocco

di Gagliano del Capo (LE)

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I Trinitari nel Contesto Storico-Sociale di Gagliano

 

CENNI STORICI SUL CONVENTO:

Era il 10 aprile 1613 quando il provinciale dei Minimi, padre Ludovico Romanelli di Monopoli, accogliendo l'invito del barone di Gagliano, Giovanni Castriota Scanderbeg, e del vescovo di Alessano, monsignor Nicola Spinelli, innalzava una croce in pietra davanti all'antica chiesetta di Sant’Elia. Solo quattro anni dopo giunsero i primi frati i quali, dopo aver superato le difficoltà iniziali, posero mano alla costruzione del convento, con quattro dormitori e un chiostro.

    Abbattuta la prima chiesetta, ne fu edificata una nuova che, con una solenne cerimonia, fu consacrato nel 1682 da monsignor Andrea Tontoli.

   Nel corso del secolo XVIII i Minimi attraversarono un periodo di splendore e prosperità economica, poiché il convento era dotato di rendite sufficienti e ormai vi potevano dimorare ben dodici religiosi. Il padre Francesco Antonio Ferilli da Arigliano realizzava una farmacia per le esigenze, sia degli abitanti dei paesi vicini, sia dei numerosi pellegrini che si recavano al santuario di Leuca; veniva inoltre fondata una biblioteca, ampliata la chiesetta, a sua volta ornata da stucchi e da pregevoli opere d’arte.

   Con l’avvento di Gioacchino Murat, il convento nel 1809, dopo aver subito la prima  soppressione, fu spogliato di tutte le sue ricchezze e trasformato in ospizio per poveri mendicanti e diseredati.

   Per interessamento del nostro concittadino Emanuele Mercaldi, nel 1856 i Minimi ritornarono un’altra volta a Gagliano, ma solo per un breve periodo dal momento che il nuovo governo sabaudo attuò subito le leggi “laiche”.

    Nel 1866, con la seconda soppressione del convento, i Paolotti si allontanarono quasi definitivamente e, per non lasciare nel più completo abbandono sia l’artistica chiesa, sia il convento, le autorità chiesero almeno la cura di un frate dello stesso Ordine. Vi giunse il vicario padre Francesco Manca il quale, prodigandosi in tutti i modi, continuò l’opera iniziata dai suoi predecessori.

   Nel 1907 tutto il complesso, passato ormai definitivamente nelle mani del Comune, si trasformava ancora un’altra volta in ricovero di mendicità e solo nel 1939, dopo il Concordato, veniva riscattato dalla Curia Vescovile di Ugento.

 

L’ARRIVO DEI PADRI TRINITARI

  Intanto a Gagliano, già da un po’ di tempo, alcuni solleciti cittadini, interpretando i sentimenti della gente, si erano dati da fare per cercare di riaprire il convento che un tempo era stato centro di spiritualità. La nobildonna Elisa Zaccaria Daniele, che tanto ci teneva alla formazione culturale e spirituale della gioventù,  proponeva al vescovo di Ugento il ritorno dei Minimi o la presenza dei Giuseppini di san Leonardo Murialdo, alla fine monsignor Ruotolo, di comune accordo, si rivolse ai Padri Trinitari.

  L’iniziativa venne sostenuta anche dal signor Francesco Sergi di Ippazio e dal podestà Giuseppe Ciardo “uno dei più grandi mecenati del Collegio” che, durante la sua gestione amministrativa, dovette affrontare enormi difficoltà pur di far arrivare i  Trinitari.

   Nel 1940 monsignor Ruotolo, dopo aver scritto a Roma per invitare l’Ordine ad accettare il convento di San Francesco, riceveva finalmente l’assenso da parte dei superiori.

   I primi religiosi trinitari, partiti da Napoli e destinati per il convento di Gagliano, furono quattro: padre Vincenzo (Cataldo) dell’Immacolata, con l’incarico di superiore, di residenza a Napoli nel collegio di Santa Maria al Trivio; padre Francesco (Vollaro) di San Giovanni de Matha proveniente dal collegio San Crisogono a Roma; padre Giuseppe (Pinci) di Gesù Bambino del collegio di Santa Maria al Trivio di Napoli; fra Antimo che si trovava al noviziato di Livorno.

   Il giorno 11 gennaio del 1941 arrivarono a Gagliano dove furono accolti dal popolo gaglianese e soprattutto dal signor Francesco Sergi di Ippazio, nonché da fra Salvatore del collegio di San Carlino al Quirinale in Roma e dal procuratore generale, padre Agostino di Gesù Nazareno. Questi, partito da Roma, era giunto a Gagliano alcuni giorni prima con lo scopo di predicare e provvedere per le necessità del convento prima dell’apertura; in tutto questo periodo fu ospite gradito presso la famiglia Coppola.

   I Padri, rifocillatisi con un buon pranzo inviato dalla signora Daniele, nel pomeriggio presero i primi contatti con il comitato dei lavori al convento, capeggiato dal podestà, dottor Giuseppe Ciardo, dal commendator avvocato Luigi Daniele, dal signor Francesco Sergi e dagli altri componenti che erano circa una decina.

   Il 12 gennaio il procuratore  generale dell’Ordine trinitario, insieme al popolo, alle associazioni  con vessilli, al comitato e alle più ragguardevoli famiglie, riceveva con tutti gli onori, il vescovo monsignor Giuseppe Ruotolo, accompagnato dal suo vicario generale e dal canonico cerimoniere.  Il procuratore generale, salito sulla predella dell’altare, dava per primo la lettura della stipulazione avvenuta tra il vescovo e l’Ordine per la cessione del convento, chiesa e giardini annessi; quindi del decreto della Santa Sede per l’erezione canonica del convento.

     Quel giorno, festa della Sacra Famiglia, fu indimenticabile per Gagliano, infatti la banda musicale di Castrignano, venuta su esplicita richiesta  del podestà,  per tutta la giornata  suonava in paese in segno di festa.

    La mattina successiva, riuniti i Padri nel coro, il procuratore teneva il primo Capitolo, leggendo la circolare del provinciale dove vi era indicata la nomina del padre Vincenzo a superiore della nuova comunità, in attesa che fosse pure affidata la parrocchia. Il novello superiore, prestato il giuramento, iniziava la vita comunitaria insieme con gli altri confratelli e applicava anche le minime prescrizioni della regola.

   Partito per Roma il padre Agostino, i frati ebbero in consegna tutto il convento per il quale venne stilato un inventario dei beni da un’apposita commissione, formata da una  delegata dall’Intendenza generale dei monumenti d’arte di Roma, dal Procuratore generale, ricevitore del Registro di Alessano, dal tecnico geometra ingegnere di Lecce, dall’amministratore del vescovo di Ugento, dal podestà di Gagliano e segretario del comune. L’artistica chiesetta, con le varie opere d’arte ivi presenti, venne considerata monumento nazionale. Con bolla vescovile del 12 marzo 1941, conforme al rescritto della Sacra Congregazione del Concilio del 1° marzo, veniva eletto come primo parroco trinitario padre Vincenzo Cataldo, dopo che don Adriano Silvio Barbassi aveva rassegnato le dimissioni.

   La presenza a Gagliano di quest’Ordine secolare diventava sempre più forte e incisiva tanto che il 18 aprile dello steso anno, il procuratore generale, padre Agostino Rosati, ricevuta la facoltà  di monsignor Ruotolo, erigeva il sodalizio del Terz’ Ordine Trinitario.

   Le prime consorelle, delle quali alcune ancora viventi, indossarono lo scapolare per mano di monsignor Giuseppe Di Donna, servo di Dio nonché vescovo trinitario; tra loro erano presenti: Antonietta Calsolaro, Lucia Ciardo, Immacolata Coclite, Cesira Codazzo, Vittoria Coppola, Francesca Cosi, Concetta Cucinelli, Pasqualina Ferilli, Annunziata Monteduro, Annunziata Orlando, Addolorata Orlando, Immacolata Profico, Giovanna Sergi, Rosina Sergi e Lucia Trane.

   I primi tempi non furono certamente facili poiché mancava la luce elettrica e l’acqua; le notti del convento erano appena rischiarate dalla tenue luce di una candeletta e, venuta meno anche questa, ci si arrangiò con un lume a petrolio. Le sacre funzioni non potevano essere solennizzate per la mancanza della suppellettile necessaria e la benedizione eucaristica veniva impartita con la pisside, poiché l’ostensorio d’argento e il turibolo con navicella, erano stati portati in parrocchia per salvarli dai ladri. Alla prima funzione in chiesa, fu presente solo un bimbo venuto verso la fine dell’esposizione del Santissimo e fuggito poi per paura dell’oscurità. I due fratelli laici, provvedevano al sostentamento degli altri tre religiosi: fra Antimo aveva il compito della cucina, dove purtroppo mancavano fuoco, legna e carboni; fra Salvatore era stato incaricato per la questua che girava nei paesi limitrofi nei giorni si mercato.

    Non mancarono comunque i benefattori che ben presto fecero affluire le prime provviste necessarie: olio, grano, farina, fascette di legno e altro; donna Elisa Zaccaria Daniele offriva semolino, olio e ceci per preghiere a san Francesco. La stessa nobildonna volle donare un giardino per poter utilizzare, in questo modo, una parte di quella eredità che sarebbe dovuta toccare alla figlia Laura, morta giovane nel 1940. La cantina cominciava a essere rifornita di vino e tre signori di Gagliano, riprendendo un’antica  usanza, cominciarono per primi a donare al convento, una pagnotta di pane per settimana;  dal nostro paese e da quelli vicini vennero le richieste per la celebrazione delle sante messe. Dall’arciprete di Salignano, don Vito Lecci, i tre sacerdoti trinitari,  furono presentati, in visita ufficiale, alla famiglia più distinta e ricca del paese, ossia alla signorina Pirelli, alla quale confidarono quali erano i propri bisogni e necessità.

     Per le terre del convento, cominciarono le prime trattative col colono Salvatore Profico, lavoratore serio e onesto che rinnovò i suoi sentimenti di fedeltà, e dedizione al nuovo Ordine, rimettendo nelle mani dei frati, tutto quello che gli era stato concesso.

    I primi padri, sempre rispettosi delle tradizioni religiose del nostro paese, ripresero l’antica pratica pia, introdotta dai Minimi, per celebrare i tredici venerdì in onore di san Francesco da Paola che le principali famiglie facevano celebrare a turno per loro. Inoltre cominciarono pure ad accettare le prime vestizioni dei bambini che, ancora in tenera età, indossavano il saio di san Francesco, tradizione ormai scomparsa quasi del tutto. Introdussero ancora, la solenne funzione in onore della SS.ma Trinità col canto del trisagio e litanie, la novena per san Giovanni di Matha con una solenne messa cantata di chiusura, il triduo a sant’Agnese, il culto per il mese di marzo dedicato a san Giuseppe. Nel 1944 giungeva la statua della Madonna del Buon Rimedio, protettrice dell’Ordine, alla quale veniva dedicato un altare, mentre già dall’anno prima, le funzioni religiose venivano finalmente allietate dal suono dell’harmonium.

   Col passare del tempo, i Padri Trinitari cominciarono a integrarsi nel tessuto sociale gaglianese e il convento aprì le porte sia agli insegnati del posto per uno scambio culturale, sia ai primi due ragazzi che, abbandonati al lavoro della campagna, avevano bisogno di imparare qualcosa. A questi se ne aggiunse un terzo che, per prepararsi agli esami di seconda ginnasiale, riceveva lezioni e poi restava a studiare  in convento, recandosi a casa solo per mangiare a mezzogiorno e alla sera.

     Intanto la guerra imperversava e i frati, come tutti i gaglianesi, vissero i drammi e la miseria, accontentandosi delle elemosine raccolte dai fratelli laici che andavano in giro con gli umili zoccoli di fico. Furono soggetti alla razionalizzazione del pane che, acquistato tramite tessera, veniva  distribuito nei vari rioni  per mezzo degli spacci; a loro fu assegnato quello di donna Elisa Colaci. Data la penuria dei beni di prima necessità,  i Trinitari pensarono bene sia di acquistare tutta la scorta di cera, destinata a loro da Roma, sia di consegnare la farina che avevano per farsi dare taralli e biscotti che si potevano conservare a lungo per le future necessità.

       In tempi così critici e difficili, pur di ottenere qualche offerta per il proprio sostentamento, i primi padri si prodigarono con grande senso di sacrificio, raggiungendo, col biroccio, località distanti come Ruffano per aiutare il parroco locale nelle confessioni; il padre superiore si portava a Racale per  predicare un triduo in occasione della consacrazione del popolo italiano al Sacro Cuore di Gesù; le confraternite di Gagliano, come pure le suore Figlie della Carità, offrivano la cappellania per la celebrazione delle messe; per la guarigione di una figlia del signor Francesco Sergi, iniziarono un triduo in onore di san Francesco. Fu richiesta la loro presenza per il panegirico del Sacro Cuore a Castrignano e San Dana; per il corso di esercizi spirituali al popolo di Salignano; alla messa funebre celebrata nella parrocchia di Arigliano per un caduto in guerra al fronte greco-albanese; per i quaresimali nelle parrocchie di Arigliano e di Barbarano; per il triduo a Ugento per il carnevale santificato; per l’esequie funebri per un morto di Leuca.  Predicarono non solo nei paesi del Capo, ma si spinsero fino a Bari.

    Nel convento intanto i Trinitari, messi a coltivo i terreni circostanti, cominciarono a realizzare una piccola fattoria e a vendere i prodotti della terra: orzo, biada, peperoni, fichi secchi; le maggiori entrate diedero la possibilità di possedere non solo animali di allevamento, ma anche un cavallo col biroccio.

    Nel 1943, dopo la rinuncia di padre Vincenzo Cataldo, la scelta del nuovo parroco cadde sull’indimenticabile padre Francesco Vollaro, che lasciò un segno indelebile, ancora oggi vivo e palpitante, nella comunità gaglianese.

   Furono anni di grande fervore religioso che entusiasmò gli animi della gioventù gaglianese  di Azione Cattolica, sempre più fiorente, e padre Francesco, pur fra tante difficoltà, ne era stato l’elemento propulsore e dinamico della vita parrocchiale.  Gagliano, come tanti altri paesi del Capo, viveva nello stesso tempo il dramma della guerra e dei suoi continui colpi di scena: la caduta del fascismo, l’armistizio, l’invasione tedesca, la Resistenza, la fuga del re a Brindisi dov’era accolto dal nostro monsignor Francesco De Filippis,  l’avanzata alleata, le operazioni belliche a Leuca, il ritiro delle forze tedesche.

   Nei momenti più difficili, padre Francesco fu sempre vicino a quanti  ricorsero a lui, per chiedere consiglio e conforto, ma la sua meteora brillò purtroppo per poco sul cielo della nostra Gagliano perché, appena cinque anni dopo,  si apprestava a solcare l’oceano per la missione africana.

   La cura parrocchiale fu così affidata a padre Ubaldo, quindi padre Antonio Leonio, padre Giovanni Savina, padre Luigi Crudele e infine al giovanissimo padre Gino Buccarello.

 

IL COLLEGIO TRINITARIO

   Nel 1944 come ministro trinitario del convento di Gagliano, a padre Vincenzo era subentrato, padre Enrico Pelosi, un frate energico che, con spirito di grande sacrificio, operò a favore delle vocazioni sacerdotali.

    Giunto a Gagliano, trovò due confratelli un fratello coadiutore e un fondo di lire 64 non certamente sufficienti  per il convento ancora privo di acqua, luce elettrica e mobili; inoltre le stanze, alcune delle quali erano già state trasformate in aule scolastiche, erano senza pavimento e le finestre da rifare.

   Appena qualche giorno dopo, manifestò subito l’idea di voler erigere un collegio trinitario nel nostro paese, perché nell’aprire la casa di Gagliano, questa era stata l’intenzione dei superiori, per incrementare in tal modo l’Ordine trinitario nella Puglia.

    Dopo un’accurata propaganda, iniziarono i primi lavori e in particolare l’allacciamento all’Acquedotto Pugliese per il quale diedero un notevole contributo non solo il vescovo di Ugento, ma anche don Enrico Daniele, donna Elisa Zaccaria-Daniele e don Oscar Fuortes.  Nell’ottobre del 1949, padre Enrico, superando tante difficoltà, fondò il collegio nel quale affluirono tanti giovani, non solo dalle varie province pugliesi, ma anche da quelle calabresi. Ben presto però, i giovani aumentarono sempre più, tanto che erano giunti al numero di sessantasette e il  secolare convento di Gagliano, non poteva certamente essere capiente.   

   Il 20 ottobre 1950 il superiore, convocati i Padri della comunità secondo le prescrizioni delle regole dell’Ordine, esponeva il problema di procedere all’ampliamento del collegio. La proposta venne accolta all’unanimità e si affidò il progetto all’ingegnere Marcello De Notaris, il quale con spirito di carità cristiana, non pretese alcun compenso. Dopo aver spedita a Roma la relazione del Capitolo e il progetto dell’opera, il 14 marzo 1951 veniva comunicato a padre Enrico l’approvazione da parte delle autorità superiori e l’autorizzazione, da parte del Ministro del Lavoro, per l’istituzione di un cantiere scuola, della durata di sei mesi.

     Il 29 aprile dello stesso anno, monsignor Ruotolo, assistito dal padre generale e presenti altre autorità, benediceva solennemente la prima pietra, mentre i lavori iniziavano un mese dopo, con l’intervento della signora Antonietta Migliore, moglie del prefetto di Lecce, del viceprefetto, di vari funzionari dell’ispettorato del Lavoro e del Genio Civile, dei superiori dell’Ordine, del direttore dei lavori ingegner De Notaris e altri.

   Dopo aver ottenuto un secondo cantiere, il 26 ottobre 1952, padre Enrico, in concomitanza del suo XXV di vita sacerdotale, inaugurava solennemente il pianterreno del nuovo collegio, benedetto da monsignor Ruotolo, davanti a varie autorità dell’Ordine e della Provincia. Il vescovo, per l’occasione, benediceva anche il reparto allestito nel nuovo edificio per il funzionamento della Scuola Media istituita con decreto ministeriale del 19 agosto 1952, del tipo a corso unico.

    I Trinitari in questo modo, anticipando i tempi, furono i pionieri di un progresso spirituale e culturale per la nostra Gagliano che avrebbe dovuto attendere ancora dieci anni, prima di vedere istituita la sua Scuola Media Statale.

   Il nuovo anno scolastico 1952-1953 veniva solennemente inaugurato e aperto dal dottor Mario Moscardino, ragioniere capo del Provveditorato agli Studi, in rappresentanza del Provveditore, professor Angelo Caroli.

   I lavori proseguirono con altri due cantieri poiché, oltre a dover innalzare il piano superiore, era necessario aggiungere un convitto,  per meglio agevolare la formazione spirituale e la permanenza di tanti aspiranti.

    Vari furono i contributi per la realizzazione dell’opera: padre Enrico, che seppe “trasformarsi in ingegnere, muratore, manovale e questuante”, fu il promotore; l’Ordine, in particolare i benemeriti Padri Trinitari d’America, avevano provveduto per il materiale necessario e la manodopera specializzata;  il Ministero del Lavoro aveva elargito dei finanziamenti; il Comune di Gagliano aveva donato la sua masseria, ubicata accanto alla facciata dell’attuale Istituto; la signora Luigia Ferilli, tramite Salvatore Sergi, cedeva un terreno; il signor Antonio Sergi, per interessamento dell’avvocato Vito Cosi, donava un terreno per l’ampliamento della piazzetta e per l’allineamento stradale; il signor Antonio Buccarello donava un pezzo della sua nuova vigna. A questi si aggiunsero altri benefattori coadiutori di padre Enrico: per primo l’esecutore dei lavori, capo dei muratori Emanuele Stasi fu Giuseppe, la signora donna Elisa Daniele, i parlamentari salentini, le autorità provinciali e comunali.

    Nel 1953 il Collegio, di mq. 3082 e con una capienza di oltre cento fratini, era finalmente terminato e dedicato alla Madre del Buon Rimedio, tanto cara alla famiglia trinitaria; padre Enrico invece, dopo nove anni fecondi, lasciava la nostra Gagliano per raggiungere il convento delle Fornaci a Roma.

    Trascorsi alcuni anni, poiché la tubercolosi era sempre più diffusa, il Collegio, che nel 1958 prendeva il nome di “Istituto climatico Madre del Buon Rimedio”, si trasformò in preventorio, per effettuare trattamenti preventivi in soggetti predisposti verso questa malattia. La direzione dell’istituto, venne affidata alle suore trinitarie di Valence in Francia, congregazione molto fiorente per le varie opere caritative che prestava in varie parti del mondo.

    A queste subentrarono le suore di santa Gemma Galgani, pure operanti nell’istituto climatico della vicina Alessano, gestito dai nostri Padri Trinitari, ma il 1° agosto 1961 abbandonarono definitivamente il preventorio di Gagliano perché poche di numero.

   Ritornavano per la seconda volta le suore di Valence, le prime quattro venivano accompagnate da una madre assistente e qualche giorno dopo ne giungevano due altre; tra le tante che passarono ci fu suor Elena (Maria Giuseppa Turianelli), giunta a Gagliano dopo il 1962, anno in cui l’Algeria ottenuta l’indipendenza, ordinava la chiusura di molte case di suore trinitarie.

     Per venire incontro alle esigenze di tanti aspiranti trinitari, vennero intanto realizzate, alle spalle del convento, due nuove ali del collegio che fu solennemente inaugurato il 19 luglio 1960 alla presenza dei superiori dell’Ordine, dei vescovi monsignor Giuseppe Ruotolo, Francesco De Filippis e Brustia di Andria; la messa fu celebrata da monsignor Angelo Martinez, vescovo trinitario della diocesi di Tsiroanomandidy, presenti sia gli aspiranti trinitari di Gagliano sia quelli che erano ormai passati al collegio di Palestrina.

    Nel 1967 il preventorio si trasformava in “Istituto medico psico-pedagogico”, mentre, con l’istituzione della scuola media di Gagliano, le sezioni, ubicate al convento, rimasero come succursale fino all’anno scolastico 1978-1979.

   L’amore dei gaglianesi verso i Trinitari è stato sempre forte e sincero, come era stato quello dei nostri antenati nei confronti dei Padri Minimi. Infatti Gaetano Daniele, con la sua morte istituiva un corso di messe gregoriane; nel 1957 veniva istituito il legato per la signora Luigia Ferilli vedova Ferrari che l’anno prima aveva lasciato un appezzamento di terreno per ampliare il nuovo collegio e creare intorno un viale di sevizio. La pia signora aveva in precedenza fatto altre donazioni e per questo i Padri Trinitari fondano un legato pio con celebrazione di sei messe annue. Il 27.8.1962 moriva donna Emilia Romasi che con testamento olografo lasciava erede dei suoi beni l’Ospedale ed esecutore testamentario l’ECA. Ai Padri Trinitari lasciava il fondo Motte in Alessano per celebrare una messa durante il venerdì di san Francesco e un’altra per lei e suo marito. La signorina Giovannina Ciardo, qualche anno prima di morire, donava ai Padri Trinitari un celebre dipinto del fratello pittore Vincenzo Ciardo, Natura morta con fiori di mandorlo, esposto nella biblioteca del convento

   I Trinitari del collegio, sempre fiorente e frequentato, non solo formarono varie generazioni di giovani, molti dei quali giunsero al sacerdozio, ma nello stesso tempo  raccolsero anche i frutti delle vocazioni religiose femminili.

di Francesco FERSINI

 

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