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V. Ciardo nacque il 25 Ottobre del
1894 a
Gagliano del Capo, un piccolo centro del Capo di Leuca, situato nella zona
più a sud della provincia di Lecce, e il suo territorio, per la lunghezza
di nove chilometri, da Novaglie al Santuario di Leuca (de Finibus Terrae),
si estende sull'ultima parte del promontorio Japigio, sul litorale
adriatico della penisola salentina, costituendo il terminale dello sperone
che fa del caratteristico profilo della nostra Italia uno stivale.
V. Ciardo è figlio di Bruno Ciardo, farmacista, e Giulia Resci,
quarto di sette figli: Ciardo Francesco, Magistrato; Ciardo Biagio,
ufficiale postale; Ciardo Giuseppe, farmacista; Ciardo Vincenzo, pittore;
Ciardo Dolores, musicista; Ciardo Domenico, Univer. in Ingegneria; Ciardo
Giovanna, musicista.
V. Ciardo lasciò giovanissimo il Salento per iniziare la sua vita
accademica comprendendo la funzione formativa e didattica, dapprima come
allievo all'Istituto Statale d'Arte di Urbino (1908), dal quale si
licenzierà cinque anni dopo, avendo per insegnante di storia dell'arte
Lionello Venturi, di pittura il leccese Luigi Scorrano, allievo
devotissimo del Morelli.
Ciardo aveva dunque respirato a lungo l'aria del morellismo. Inoltre il
pittore a Urbino conosce Mino Maccari, che studia nello stesso istituto, e
Gustavo Ruggero Urro nato ad Alessano, a pochi chilometri da Gagliano,
anch’egli nel 1894, il quale percorre un itinerario degli esordi del tutto
simile a quello di Vincenzo Ciardo: Urbino prima e Napoli poi.
Allo
scoppio della Prima Guerra Mondiale, Vincenzo Ciardo aveva vent'anni,
usciva fresco fresco dall'Accademia di Urbino quando partì per il fronte,
in un reparto di Aereostieri. Per tragico evento della guerra la famiglia
Ciardo fu colpita da un grave lutto per la perdita di tre figli Francesco,
Biagio e Domenico, deceduti al fronte per la patria. Vincenzo Ciardo
ricorda che don Bruno (il padre) seppe reggere con straordinaria forza
d'animo il colpo che il destino gli aveva inferto. La madre, Giulia Resci,
insieme col consorte nel breve periodo di quindici mesi, bevve per tre
volte il calice amaro del sacrificio dei suoi figli, facendo sempre
olocausto del loro eroismo. Solamente lei, a Gagliano, seppe più di tutti
quanto è costata la vittoria e la grandezza della Patria. Ella «è come
trasfigurata dalle sofferenze, e non è più che un povero essere dolorante»
- scriverà poi il figlio Vincenzo scampato per miracolo dalla guerra e
presente al momento del trapasso nell'autunno 1945 - «...mi sente ma non
mi vede. Mi chiama, e dalle sue labbra esce un soffio: Vincenzo, Vincenzo
mio! Niente al mondo avrebbe potuto compensarmi della perdita di quest'attimo
sublime. Ho sentito la presenza di Dio in quello sguardo» - dirà ancora il
pittore ricordando il 3 Ottobre di quel 1945 che segnò il giorno prima che
il caro viso della nobil donna «si ricomponesse nella serenità di un
riposo che non avrà fine».
Tornato alla libera professione, Vincenzo Ciardo si stabilisce a Napoli
nel 1920 come ordinario di disegno nella scuola tecnica di Pozzuoli; qui
il primo problema che il pittore dovette affrontare fu di liberarsi dalle
influenze della didattica accademica, legata all’epoca dei suoi studi alla
regola del più pedante verismo post-ottocentesco. In questi anni Vincenzo
Ciardo intreccia una fitta corrispondenza con l'amico poeta Girolamo Comi;
nella città partenopea il pittore entra in contatto con l'ambienta
artistico napoletano, dove insieme a Gustavo Ruggero Urro, il loro primo
riferimento fu Giuseppe Casciaro. A Napoli sia Ciardo che Urro persero
qualsiasi collegamento con gli artisti salentini: è difficile cercare nel
loro percorso contatti con Re, Suppressa, Calò, Martinez, D’Andrea,
Massari, De Vitis. Ma anche tra Ciardo e Urro presto i percorsi si
differenziano.
A
Napoli, centro d'irradiazione della cultura del Mezzogiorno, l'evoluzione
nel settore delle arti è stata assai più lenta e controllata, si
trascinava stancamente la tradizione della Scuola di Posillipo e si
tritava il Verismo.
La
cosiddetta Scuola di Posillipo comprendeva un gruppo di pittori che
dipingevano la bellezze del paesaggio campano. All’inizio tale pittura di
paesaggio, considerata un “genere inferiore”, godeva di maggiore libertà
dai vincoli formali accademici e conquista un ruolo di primo piano nella
ricerca del vedutismo paesaggistico italiano. Questi pittori paesaggisti
si radunavano, appunto, a Posillipo, dove era facile incontrare stranieri
che frequentemente si fermarono a Napoli; si dipingevano paesaggi ad olio
o a tempera, su tela o su carta, quasi sempre di piccolo formato, per le
esigenze di un vivacissimo mercato.
La Scuola
di Posillipo nacque dalla presenza a Napoli, a partire dal 1815, di un
pittore di origine olandese: Antonio Pitloo. La pittura di paesaggio era
una tradizione che nella città partenopea risaliva già alla metà del
Seicento con Salvator Rosa. Per tutto il Settecento, invece, la pittura di
paesaggio era stata orientata a due filoni principali: il gusto dello
scenografico e il gusto del vedutismo turistico. La novità introdotta da
Pitloo, nella tradizione locale della pittura di paesaggio, consiste
soprattutto nel disegno dal vero e nella resa impressionistica degli
effetti di luce e di colore. La sua fu una ricerca che lo accomunò ad un
altro grande pittore paesaggista di quel tempo: Camille Corot che stava
sperimentando per la prima volta la tecnica dell’en plain air. Dopo il
1837, anno di morte di Pitloo, il protagonista indiscusso della Scuola di
Posillipo divenne Giacinto Gigante. Figlio di un altro pittore, Gaetano,
il Gigante portò a livelli eccelsi la sensazione pittoresca dei suoi
paesaggi e delle sue vedute, dove prevale sempre il sentimento di
intimismo lirico. Gli angoli visivi non sono mai ampi, ma ristretti a
piccoli spazi visti con taglio quasi fotografico. La sensazione intima è
data dalla quotidianità quasi banale delle cose raffigurate che però si
trasfigurano in una visione calma e quasi malinconica della realtà.
Determinanti furono per Gigante le interpretazioni della natura in Corot e
in Turner. L’emozionante scoperta di questi due artisti provocò il
superamento di ogni descrittivismo e giunse ad una delle più liriche
interpretazioni del paesaggio della pittura italiana, fatta di trasparenze
e velature.
La Scuola
di Posillipo esaurì la sua maggiore vitalità tra il 1850 e il 1860, quando
le nuove tendenze naturalistiche, che a Napoli furono introdotte dai
fratelli Palizzi, resero inattuali la liricità così forte e così romantica
di questa scuola.
Nei
primi decenni del Novecento, nelle esposizioni dell'Italia del Nord, non
si rivela un pittore o uno scultore che venga dall'Italia del Sud, mentre
nei bassifondi ci si illude di credere che la via del rinnovamento
passasse attraverso il ritorno al Morelli e Palizzi: ma ciò si rivelò un
po’ asfittico e restrittivo alle soglie del nuovo secolo. Ciardo si rivela
un prodotto delle remore e delle ristrettezze intellettuali dell'ambiente
napoletano di quegli anni. Ci sono alcuni suoi scritti che illuminano a
sufficienza il problema: «Gli artisti del meridione sono stati in genere
più guardinghi nei confronti degli indirizzi di avanguardia e, questo può
anche spiegare la lentezza o il ritardo nei movimenti della pittura da
Napoli in giù, nell'ultimo cinquantennio». Così se Milano, Roma e Firenze
esprimevano le nuove tendenze dell'arte dando vita ai movimenti di Valori
Plastici, Novecento,
La Ronda
, Napoli esprimeva un gruppo di intellettuali che facendo capo al Croce e
alla critica mancava il contatto con la realtà napoletana, indifferente
com'era nei confronti della problematica meridionalista. In effetti in
quegli anni Croce pur dominando la cultura italiana e pur esercitando una
grande influenza su tutti, rimane estraneo ai movimenti innovatori. In
concreto invece Napoli era dominata ancora da certe vecchie organizzazioni
come
la
Promotrice Salvator Rosa e il Circolo Cittadino,
impegnatissime a diffondere tutto ciò che era il passato di Napoli e si
facevano banditori di un anacronistico rigorismo conservatore. La
prepotenza culturale di queste organizzazioni finisce col bloccare sul
nascere i fermenti, gli slanci e le riflessioni socio-politiche di alcuni
gruppi che pure cercavano di muoversi in parallelo con i movimenti
nazionali. Con tutto ciò pittori come Mario Vittorio e Paolo Ricci, che
dipingono i paesaggi industriali e i personaggi umili della periferia
napoletana, danno vita nel '28 al gruppo dell' UDA arrivando ad
affermazioni perentorie che se non ebbero un seguito (molti aderenti
finirono in prigione o al confino) riuscirono tuttavia a muovere le acque
e a provocare lo scioglimento del Gruppo Flegreo che faceva capo a
Giuseppe Casciaro.
Al
Gruppo Flegreo facevano parte Vincenzo Ciardo, Giovanni Brancaccio e altri
pittori e scultori napoletani; nasceva nel 1927, e la scelta di Giuseppe
Casciaro come capo carismatico è significativa. L'organizzazione ebbe la
funzione negativa di bloccare i fermenti innovatori e di proporsi come
unico depositario dei valori tradizionali. Casciaro, infatti, a quella
data aveva praticamente esaurito la sua vena e la sua equidistanza da
Morelli, Palizzi, e Toma rappresentava la mancanza di compromesso e di
decisione che lo poneva falsamente come il capofila della cultura
idealistica che vedeva negli scugnizzi, nei vicoli, nel Vesuvio, nello
stereotipo paesaggio marino il "Bello"; non riuscendo ad interessarsi
della realtà di miseria, nè a denunciare la decandenza della città. Ciardo
aderì inizialmente al gruppo col suo tipico atteggiamento moralistico e
conservatore; la diffidenza per tutto ciò che fosse eccessivamente
innovatorio è una costante nella poetica del pittore. Nato su presupposti
sbagliati, combattuto dai Distruttivisti, il Gruppo Flegreo si sciolse nel
1929, avendo già assolto la sua unica funzione positiva: creare
un'alternativa alle vecchie Promotrici. Questa esigenza, a partire dal
'28, è portata avanti anche dal "Cenacolo degli Ostinati", un gruppo con a
capo Lionello Balestrieri, da poco uscito dal futurismo, ed Eugenio Viti,
solitario rielaboratore in chiave di modernità del formalismo
seicentesco-partenopeo. Il Gruppo degli Ostinati era solito riunirsi al
Caffè Tripoli di piazza Plebiscito e, ben presto, fece proseliti anche
fra gli aderenti al Gruppo Flegreo, proprio perchè la sua formazione era
motivata da intenti precisi ed aveva un programma: riconquistare le
posizioni perdute attraverso i principi del post-impressionismo, i
fondamenti dell'arte di Cezanne e della rinnovata arte italiana, che se
non erano le istanze socio-politiche dei Distruttivisti, era comunque un
ritorno alla storia. Questi principi furono subito esemplificati nel 1928
con una mostra al Circolo del Commercio che dovette procurare non poche
emozioni nei più sensibili se altri degni di nota che avevano esposto alla
mostra Flegrea aperta poco dopo, senza programma di rinnovamento al
Maschio Angioino, si unirono ai primi. Vi erano Giovanni Brancaccio, A.
Chiancone, Vincenzo Ciardo. Non è certo casuale che anche Ciardo aderisce
al nuovo gruppo, giacchè se da una parte respingeva gli atteggiamenti di
sfida e l'impegno dei Distruttivisti, è ben vero che sin dagli esordi
aveva manifestato l'esigenza di recuperare il meglio della tradizione
napoletana da innervare con i fatti pittorici preminenti nella cultura
napoletana. Per Ciardo questo significò Cezanne e problemi come quelli
della luce, dello spazio, della struttura e della forma. Sono d'altra
parte i temi dominanti che il Gruppo del Novecento costituitosi nel '23
andava teorizzando e che Ciardo conosceva certamente, avendo partecipato
nel '25 alla III Biennale Romana, nel '26 alla I e II Mostra Marinara a
Roma, e alle mostre organizzate dal Sindacato Nazionale Fascista. Ottenuta
una certa fama, nel 1940, Vincenzo Ciardo venne chiamato alla cattedra di
paesaggio presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli dove vi rimarrà per
ventisei anni. Ma gli eventi di quel periodo, che videro coinvolto il
mondo in un secondo conflitto mondiale, costrinsero il nostro artista a
trascorrere un breve periodo, tra la caduta del fascismo e la liberazione
di Napoli, a Gagliano del Capo, dove non si percepì tanto la drammaticità
di quanto stava accadendo altrove. Col suo atteggiamento bonario, Ciardo
scrive all'amico G. Comi: «il trapasso dal vecchio al nuovo ordine
politico e sociale quaggiù è avvenuto tra la generale indifferenza. La
saggezza della nostra gente è un correttivo alle esagerazioni, alle
intemperanze, alle dimenticanze, alle improvvisazioni». Il lungo soggiorno
in Puglia sarà dunque tutto rivolto alla meditazione e all'osservazione
attenta del paesaggio assolato del Capo, e in tale circostanza continua a
scrivere al suo amico di corrispondenza: «mai il nostro paesaggio mi ha
parlato più chiaro, ossia mai ho sentito più fortemente il suo
linguaggio». Così le case, l'uva, i fichi, gli alberi di ulivo, i rilievi
rocciosi attirarono l'attenzione di Ciardo, che nelle sue opere lascia
credere che la frequentazione del paesaggio salentino è stata determinante
per la sua svolta pittorica. In realtà a questa data Vincenzo Ciardo è in
una fase fortemente evolutiva, è tutt'altro che nel pieno della sua
maturità, come si legge spesso in brevi recensioni alle sue mostre di
quegli anni. Da questo momento in poi, Ciardo continuò la sua attività in
termini strettamente individualistici, come del resto in sostanza fu
sempre conformemente alla sua natura, chiusa nel giro di pochi affetti
familiari, di pochi discepoli fidati di rare amicizie tra le quali
significativa appare quella con un grande artista di tutt’altro
temperamento, Felice Casorati. Vincenzo Ciardo dunque operò oramai al di
fuori di ogni corrente, recuperando semmai certe aderenze intimamente
sentite di grandi coloristi, storicamente definiti soprattutto Bonnard.
Infatti il pittore sul finire del 1947, confessa in una lettera a Comi
«... ho preferito la penombra alla quale necessariamente sono condannati
tutti coloro che rimangono fedeli alla propria fede e come tali non sono
fatti per le capriole pubblicitarie. Vedi un pò in quale situazione si
sono cacciati i nostri improvvisati picassiani dopo la scomunica di Mosca
al loro capo spirituale e politico. Frutto delle capriole e della nessuna
considerazione della loro fede, della nessuna volitività della loro natura
di artisti. Questine di carriera insomma e di povertà interiore».
E'
una presa di posizione contro il "Fronte Nuovo delle Arti" che, muovendo
da istanze picassiane, va alla ricerca di contenuti popolari e realistici,
con chiaro impegno politico.Ma è anche una presa di posizione contro il
"Gruppo Sud" di De Fusco, Lippi, Di Stefano, Tetafiore, Pratolini, Franco
Rosi, che aveva alla base della sua azione un impegno civile e politico.Era
un gruppo che rifletteva a Napoli, questa volta senza ritardi culturali,
il dibattito sulla cultura italiana e a cui importava inizialmente uscire
dall'inerzia e dall'isolamento in cui erano venuti a trovarsi gli
intellettuali e gli artisti dopo l'unità d'Italia. verso il '50 il "Gruppo
Sud" si divise con Lippi, De Stefano, Rosi, impegnati nella via italiana
al realismo: il gruppo seguì pertanto la rapida fine del "Fronte Nuovo
delle Arti". De Fusco, Barisani, e altri aderirono a programmi
astratto-concreti.
Nonostante ciò, come già ribadito prima, la sensibilità e la cultura di
Vincenzo Ciardo, lo condussero ad un diverso rapporto con la realtà. I
suoi interventi comunque non gli impedirono di inserirsi nel panorama
culturale italiano, in quegli anni tutto generalmente impegnato in un
processo di rinnovamento e di apertura ad istanze europee della cultura
artistica. Negli anni '54-55 Ciardo è un pittore affermato, la critica lo
ha ormai indissolubilmente legato alla Puglia e, come si parla della Roma
di Scipione o della Lombardia di Tosi, così ora si parla della Puglia di
Ciardo. Nel 1967 tiene la sua ultima Personale alla Galleria "
La Vernice "di Bari, chiudendo una lunga serie di
personali e mostre allestite nelle maggiori città italiane. Da ricordare
in particolare quelle nelle gallerie "Gianferrari"di Milano nel 1947, "Il
Vantaggio" di Roma, "Medea" di Napoli, "
La Bussola " di Torino, "Il Michau" di Firenze, "Ghelfi"
di Verona.
Se in
Ciardo si volesse recuperare anche il poeta-scrittore, bisogna dare un
particolare riguardo ai due libri "Quasi un diario" del '57 e "Piccolo
Cabotaggio" del 1964. Questi scritti sono l'espressione tipica di quella
letteratura di periferia che, aneddotica e bozzettistica mutua i suoi temi
della letteratura veristica; solo che interviene con le proprie
riflessioni e le proprie esperienze nel racconto, e gli umili
protagonisti del Verga e del Capuana diventano i patetici o pittoreschi
personaggi che fanno cornice al racconto di cui l'autore è protagonista.
Sono racconti o appunti svolti secondo la tenue vena sentimentale e
descrittiva del pittore interessanti per certi ricordi che aiutano a
determinare il clima e le convinzioni in cui ha operato ma che talvolta si
trascinano stancamente. In essi cogli sempre una continua nostalgia dei
tempi antichi, il desiderio del nostro pittore di assaporare di tanto in
tanto i ricordi paesani.
Il 26
Settembre del 1970, alle ore 23.30, Vincenzo Ciardo si spegne a Gagliano
del Capo, dove era rientrato nel luglio da Napoli. «...La piazzetta di
Gagliano era gremita di gente accorata. Aria cupa sui volti degli anziani
e sconsiderata su quelli dei ragazzi. Molti manifesti listati con diciture
varie tappezzavano le facciate delle casette. Sul sagrato della Chiesa
Madre c'era un microfono. Lo portavano a spalla i suoi amici più umili, la
gente del Capo... C'era vento e azzurro fondo in cielo, quello stesso dei
paesaggi di Vincenzo che era divenuto un modo di essere costante
dell'anima e degli occhi suoi».
Domenico Morelli è considerato un artista moderno e un intellettuale
che partecipò alla vita culturale dell’Italia del suo tempo; oltre
ad essere un grande innovatore della pittura dell’Ottocento, con i
Macchiaioli e la macchia napoletana, è anche caposcuola della pittura
napoletana a partire dalla metà del secolo.
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Alcune Opere

La monda degli ulivi in Puglia
1948, OLIO SU TELA

I sassi del
Salento

Salento sassoso
oil on canvas, 1955
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